Giappone indietro di una generazione
Un quarto di secolo di già tormentata e difficile storia borsistica, quella che attraversò la crisi finanziaria asiatica del 1997 e 1998, quella che subì lo scivolone alla fine degli anni ’80, per la sconfitta dell’industria tecnologica nipponica contro i computer americani, è finita.
Lunedì, in apertura di settimana, l’indice di Nikkei di Tokyo ha perso il 6,3% attestandosi ad appena 7.183,09 punti, quello del 1983, quando il Giappone ruggiva e stava affermandosi come grande potenza economica in grado sfidare chiunque.
È un altro mondo, un’altra epoca di fronte a cui Tokyo, capitale della seconda economia del mondo, sembra spaventata come fosse vittima di uno dei suoi celebri terremoti. Infatti a questi livelli molte società quotate sarebbero tecnicamente in bancarotta, perché il livello di indebitamento supera il valore borsistico della società.
La tendenza era confermata martedì, con il Nikkei che precipitava rovinosamente sotto i 7000 punti, il livello più basso dall’ottobre del 1982, in uno scivolone che potrebbe protrarsi per tutta la settimana.
Il governo già lunedì annunciava di avere in preparazione misure a difesa del mercato. Nel pacchetto ci sono norme amministrative che restringono le vendite a breve termine di azioni, questo per impedire interventi puramente speculativi di agenti che vendono oggi per comprare al ribasso l’indomani.
In realtà interventi simili sono destinati a non avere un impatto significativo sul mercato dominato da un sentimento di profonda sfiducia. Né il sentimento è stato scosso dall’annuncio del premier Taro Aso di un piano di sostegno al sistema bancario di 10 trilioni di yen, oltre 100 miliardi di dollari, al cambio attuale.
Ma la cifra lascia gli osservatori perplessi: è ben al di sotto delle esigenze del mercato finanziario giapponese. Con una economia grande circa un terzo di quella americana il Giappone mobilita risorse proporzionalmente ben al di sotto dei 700 miliardi di dollari richiesti per interventi analoghi da Washington.
Inoltre l’opposizione da tempo protesta contro interventi simili. Il debito pubblico è ormai ben al di sopra del 170% del Prodotto interno lordo, ed è in proporzione il più grande tra i Paesi industrializzati. Questa zavorra comprime i già parchi consumi interni, limita gli spazi per interventi di finanza pubblica nella costruzione di infrastrutture e condanna in teoria il Giappone ad anni di penitenza dei conti pubblici.
D’altro canto gli operatori vedono che oltre al mercato interno anche qullo estero soffre. Lo yen, la divisa nipponica, si sta apprezzando contro tutte le altre divise al mondo, e in particolare è in corso un forte rialzo contro il dollaro, con cui ha superato la quota di cambio 100, considerata cruciale per le esportazioni negli Usa. In altri termini le prospettive di export del Giappone, che ha continuato ad avere un forte surplus commerciale in tutti questi anni, diminuiscono giorno per giorno.
In queste condizioni la crisi solo finanziaria nazionale rischia presto di trasformarsi in crisi politica. Di questo già si hanno dei primi segnali.
Aso in un un primo momento aveva indicato che sarebbe andato alle urne a novembre per cercare di avere un pieno mandato con cui governare per una legislatura intera. In questi giorni però dice che per quest’anno non si andrà alle urne. È segno che Aso e il suo partito, il liberal democratico, Ldp, temono di essere sconfitti in questa situazione economica.
Né l’opposizione del partito democratico, che controlla la maggioranza nella Camera alta, demorde.
La crisi del Giappone poi è destinata a influenzare anche i suoi vicini, e in particolare la Cina. Qui il problema non è tanto la Borsa che pure è scivolata sotto i 2000 punti. Ma la Borsa è in larga parte slegata dall’economia complessiva cinese.
La questione vera sono le industrie esportatrici del sud del Paese che stanno chiudendo per crollo degli ordini. Stime ufficiose parlano già di 2,5 milioni di nuovi disoccupati quest’anno, cioè di contadini che avevno trovato un impiego temporaneo in città e che ora sono respinti nelle campagne.
Le cifre non sono troppo importanti, visto l’immensità del Paese e il sentimento è finora che la Cina almeno nell’immediato futuro sia destinata a stare meglio di tanti altri. Ma il fatto che proprio nel fine settimana Pechino abbia approvato un massiccio piano di oltre 200 miliardi di euro (2 trilioni di yuan) di investimenti nelle ferrovie spiega che il governo intende attraversare il momento facendo leva sull’ampliamento delle infrastrutture e con le risorse dei suoi quasi 2 trilioni di dollari di riserve.
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