Il Giappone di Hillary
Perché Hillary Clinton ha scelto Tokyo come sua prima destinazione estera da Segretario di Stato e perché il premier Taro Aso – come annunciato oggi – sarà il primo leader straniero a passeggiare nel Giardino delle Rose, ospite di Barack Obama alla Casa Bianca il prossimo 24 febbraio? Risposta, non tanto paradossale: perché Hillary poco più di un anno fa ha scritto un articolo sulla rivista “Foreign Affairs” in cui sottolineava che la relazione bilaterale più importante degli Usa nel ventunesimo secolo sarà quella con la Cina. Le sfere governative giapponesi ne furono allarmate e sconcertate, e si misero a tifare in massa per John McCain. Hillary, del resto, è la moglie dell’ex presidente Bill che a suo tempo decise di andare per una settimana in Cina senza passare per il Giappone, rinverdendo lo shock del primo storico viaggio di Nixon a Pechino.
Per venire incontro ai desiderata di un Giappone che tanta importanza assegna alle forme, dunque, Hillary debutta a Tokyo come capo della diplomazia Usa. Per la prima volta da decenni il primo viaggio estero di un neo-Segretario di Stato avviene in Asia, e non in Europa o Medio Oriente, a dimostrazione dell’importanza sempre maggiore del continente negli equilibri globali. Nel discorso di anticipazione del viaggio che ha tenuto all’Asia Society di New York, ) Hillary ha bilanciato le affermazioni sull’importanza dei rapporti con la Cina ribadendo la centralità dell’alleanza con il Giappone. Senza però dividere le nazioni asiatiche con lo spartiacque del concetto di democrazia, ma delineando una strategia che chiede il concorso di tutti per affrontare le sfide economiche e politiche del tempo. Oggi alla conferenza stampa con il ministro degli esteri Hirofumi Nakasone (figlio del premier degli anni reaganiani “Yasu”), Hillary ha di nuovo definito l’alleanza bilaterale “una pietra miliare” della strategia americana, impegnata a difendere il Sol levante “con tutti i mezzi” (ossia anche con l’ombrello nucleare). Sulla Corea del Nord è stata chiara: disponibilità a un trattato di pace e ad aiuti economici a patto che Pyongyang rinunci in modo completo e del tutto verificabile al programma nucleare. Ha anche acconsentito alla richiesta di incontrare le famiglie di cittadini giapponesi rapiti negli anni ’70 dai servizi segreti nordcoreani: ferita ancora dolorosamente aperta in Giappone, che gli Usa promettono di non dimenticare.
In concreto, a parte una visita al tempio Meiji, un incontro con gli studenti della Tokyo University e un tè con l’imperatrice, la Clinton ha firmato con Nakasone l’accordo per trasferire da Okinawa a Guam circa 8mila Marines, al fine di alleggerire il peso delle servitù militari su Okinawa e ridislocare in modo più efficiente il dispositivo di Difesa americano nel Pacifico Occidentale. I Giapponesi pagheranno fino a 2,8 miliardi di dollari per l’operazione-trasferimento. Intese in proposito erano già state firmate, ma da anni non si fanno passi avanti concreti per l’opposizione delle autorità di Okinawa alla costruzione di una nuova pista aeroportuale sulla costa in sostituzione dello scalo di Futemna, che crea problemi alla popolazione essendo ormai al centro di una zona altamente urbanizzata.
Ora la firma di un documento diplomatico al più alto livello impegnerà anche i successivi governi nipponici, per quanto debba ottenere l’avallo della Dieta. Il partito democratico di opposizione è sempre apparso freddo sulla questione, compresi i dubbi sull’entità del pagamento richiesto al contribuente nipponico per costruire case e strutture a Guam (isola sotto amministrazione Usa). In serata, all’hotel Okura, la Clinton incontrerà proprio il presidente del partito democratico, Ichiro Ozawa, che tra qualche mese potrebbe diventare premier. Un “hedging” politico nel caso ormai probabile che alle prossime elezioni il Giappone volti pagina. Il governo di Taro Aso sembra infatti agli sgoccioli, dopo l’ultima tegola delle dimissioni del ministro delle Finanze Shoichi Nakagawa in seguito alla conferenza stampa romana a sospetto di ubriachezza.
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