Uomini erbivori in Giappone
In una società che per secoli si è modellata sul valore virile dei samurai, guerrieri che tagliavano la testa del nemico con un solo colpo di sciabola e si bagnavano degli spruzzi del suo sangue come insegne di valore, una società che ancora sogna di trangugiare cruda la carne rossa del tonno, il nome è tutto.
I giornali li chiamano “maschi erbivori” (soshoku-danshi) o semplicemente “erbivori” (soshouku-kei) e nell’appellativo c’è tutto il disprezzo di un popolo che sente di dover essere cacciatore e quindi guarda di traverso chi non mangia carne. Sotto, nella scala sociale dei tempi antichi, c’erano i contadini, che mangiavano cereali, sotto ancora gli erbivori.
Ma oggi una larga fetta di maschi fra i 20 e i 35 anni non ha interesse a fare carriera, trascura il lavoro, non pensa a farsi una famiglia e nemmeno a trovarsi fidanzate fisse o occasionali.
Sono loro gli erbivori, il contrario dei vecchi marziali impiegati in giacca cravatta e gilet che hanno dedicato la vita a rifondare la forza dell’economia giapponese, e lanciarla verso il modo, quasi come i loro genitori si erano armati di baionetta e fucile ed erano corsi a conquistare l’Asia. Per loro l’azienda, la patria e la famiglia erano tutto, condito di sbornie ai bar e avventure occasionali nei karaoke
Oggi però, secondo ricerche di mercato, due terzi dei giapponesi tra i 20 e i 35, quelli con più energia, sono del tutto o parzialmente “erbivori”. Vivono con la mamma, amano i dolci, compreso il “tilamisù”, trascorrono ore in chiacchiere platoniche con l’altro sesso sul computer o sulla panchina di un parco, spendono in trucchi e belletti quanto le donne, si fanno il manicure, stanno più attenti al taglio dei capelli, con brillantina, che ai risultati dell’ufficio.
Il Giappone è vicino… o almeno così sembrerebbe: importanti mostre presso grandi gallerie, raffinati ristoranti giapponesi ovunque, cartoni animati sugli schermi e film di Ozu nei cinema d’essai… Anzi, il Giappone è di moda, dai più raffinati prodotti di design – che sia abbigliamento, arredamento, grafica – alla letteratura, i manga, i corsi di lingua, di arti marziali e calligrafia… Eppure c’è qualcosa della raffinatissima estetica giapponese che affascina ma sfugge, che conquista ma inquieta nello stesso tempo. La musica sembrerebbe il luogo più idiosincratico; oggi certi generi hanno un successo di nicchia, ma la musica giapponese in generale è abbastanza ignota, dopo essere stata a lungo considerata, anche da persone di cultura come i padri gesuiti nel XVI secolo sino agli intellettuali europei entrati nell’arcipelago da poco più di un secolo, «un tormento [...] che invece i giapponesi trovano bellissimo».
Un brivido lungo la schiena. Questa potrebbe essere la sensazione provata dagli amanti del Giappone mentre viene nominata la parola shinobi. Termine alle volte logoro, sfocato, lontano da ogni probabile riferimento storico reale.
Un’onda lunga di fiori di ciliegio, da Sud a Nord. Una «ola» di boccioli in tutte le gradazioni del rosa, fino al bianco. C’è un Paese, il Giappone, che attende la primavera con la stessa trepidazione dell’inizio del millennio. Che ogni volta saluta la nuova stagione in un modo gioioso e universale. Quando sbocciano i fiori di ciliegio (sakura) migliaia di giapponesi interrompono il loro ritmo frenetico per riversarsi nelle strade. Meglio: nei viali dei parchi, a fare festa. Da Ueno a Gyoen, da Sumida a Koishikawa, per citare solo i giardini di Tokyo, i prati sono addobbati da tappeti rossi, il panno «sontuoso» da esibire nei pic-nic. Si mangia cibo tradizionale e si beve sakè fino a ubriacarsi mentre il vento scatena tempeste di petali. I primi ciliegi sbocciano nell’estremo Sud, sull’isola di Okinawa, già in gennaio; man mano, ondeggiando lungo l’arcipelago come una soffice marea rosa, ricoprono l’intero Giappone toccando a maggio la punta più a Nord, capo Soya a Hokkaido. Ma è nel periodo compreso fra il 21 marzo e la prima settimana di aprile che si concentra la fioritura nell’isola principale.




