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Archivio per la categoria ‘Approfondimenti’

09  mar
3

Focus on: Kishimoto

Inserita da Ale in: Anime e manga, Approfondimenti alle 16:28 | Fonte: paninicomics.it

http://api.ning.com/files/0AQ6CpM4s3txzx-WzSPgeV*T-QV7hCC0ntyj7VTME7jvELkw7yVgxgxweTzlaoxuLJbP0YOtjI1g00xP5n9GYiPIu03KYRUP/Kishimoto.jpgCon la news odierna vogliamo spendere due parole su uno dei mangaka più popolari della nostra epoca, l’autore di un fenomeno di culto mediatico senza precedenti quale è stato e continua a essere . Masashi Kishimoto nasce a Okayama nel 1974, e dimostra sin dall’infanzia una curiosità e un talento innato per il disegno. Lo stile che più lo attrae da bambino è quello morbido e pulito di Doraemon e Dr. Slump&Arale, ma presto comincia ad appassionarsi anche alla ricchezza di dettaglio di serie come Mobile Suit Gundam.
Non ci vuole molto perché il giovane capisca che la sua passione per i manga non era semplicemente un hobby, ma una disposizione naturale.
Katsuhiro Otomo fu forse l’autore i cui lavori lo colpirono più profondamente, ma fu anche colui che gli fece comprendere che la grandezza non sarebbe arrivata imitando le opere degli altri: c’era bisogno di creare qualcosa di originale e mai realizzato prima.
La carriera giovanile di Kishimoto fu caratterizzata da grandi fallimenti e da molte bocciature: furono lo stesso padre e il fratello a stroncare in più di un’occasione con sincere critiche il del giovane Masashi, caratterizzato inizialmente da piccole storielle di 30 pagine che non avrebbero mai trovato spazio di fronte a manga molto più articolati. Ma questo, come spesso capita di leggere in NARUTO, fu per lui solo uno stimolo a un miglioramento costante e progressivo. E infine arrivarono anche i primi premi, come l’Hot Steps, ottenuto con il manga Karakuri, realizzato da Masashi ai tempi in cui frequentava una scuola di specializzazione artistica.

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09  feb
1

Periodo nero per l’elettronica giapponese

Inserita da Ale in: Approfondimenti, Economia alle 08:00 | Fonte: lastampa.it

Si aggrava il quadro recessivo del Giappone, seconda economia mondiale. A pochi giorni dal varo di un controverso pacchetto di misure supplementari a sostegno dell’economia, volute dal premier Taro Aso, oggi nell’Arcipelago si è registrato un nuovo bollettino da profonda. E su due fronti; da un lato quelle della congiuntura generale, con i dati di novembre sulla produzione industriale, un crollo del 9,6 per cento che è il peggiore da oltre mezzo secolo, assieme a un incremento della disoccupazione, dal 3,9 al 4,4 per cento e in questo caso è il più consistente da oltre quarant’anni.

Dall’altro con una serie di nuovi bilanci negativi da alcuni tra i maggiori gruppi nipponici, , , Hitaci e soprattutto il conglomerato di elettronica Nec, che ha esacerbato i pessimismi annunciando un pesantissimo taglio occupazionale: saltano 20 mila posti di . A Tokyo il 225 ha siglato gli scambi lasciando sul terreno il 3,12 per cento.

Il ministro dell’economia ammette che il quadro è «estremamente grave», specialmente sul fronte occupazionale. «Le ricadute della recessione globale si sono estese al mercato del lavoro del Giappone», ha affermato, secondo quanto riporta l’agenzia Kyodo. Nelle sue previsioni globali recentemente aggiornate, per il Giappone il Fondo monetario internazionale prevede una contrazione del pil del 2,6 per cento quest’anno.

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09  gen
25

Interstella 5555: the 5tory of the 5ecret 5tar 5ystem

Inserita da Ale in: Approfondimenti alle 11:53 | Fonte: giappone360.it

Conoscete Akira Matsumoto in arte ?

Il buon Matsumoto è il famoso autore di Galaxy Express 999, Corazzata Spaziale Yamato e di Capitan Harlock (“L’universo è la mia casa… la voce sommessa di questo mare infinito mi invoca e mi invita a vivere senza catene… la mia bandiera è un simbolo di libertà”). Si è cimentato anche come progettista di barche che tutt’ oggi vengono usate in Giappone.

http://farm3.static.flickr.com/2296/1912568696_102b64fea7.jpg?v=0

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09  gen
23

Yakuza in crisi, paga lo Stato

Inserita da Ale in: Approfondimenti alle 12:43 | Fonte: lastampa.it

La non guarda in faccia a nessuno. Neanche alla mafia. Solo che neanche la mafia ha mai guardato in faccia a nessuno. Nel Giappone dal debito pubblico peggio di quello italiano, pari al 130 per cento del Pil, i gangster della si sono messi in coda per ricevere gli aiuti dello Stato come se niente fosse, dai sussidi di disoccupazione alle case popolari, ma, se possibile, persino gli stipendi di invalidità. Il fatto è che con questa crisi sono spariti gli appalti, l’usura non rende più come prima ed è crollato vertiginosamente il pizzo. La ha 90 mila dipendenti con il doppiopetto e il mitra, che forse saranno poca roba rispetto a Cosa Nostra, ma che sono sempre un bell’esercito da mantenere. Il giornale giapponese Yomuri scrive che è almeno dal marzo del 2006 che andrebbe avanti questa pratica.

Ora, il ministro della Sanità e del welfare ha proibito qualsiasi pagamento a tutti gli stimati membri della mafia locale, e ha cercato pure di riavere indietro qualcosa. Ma dei 400 milioni di yen già sborsati, solo una piccola parte è stata recuperata, 15 milioni appena, quelli dove i funzionari avevano prodotto le carte per dimostrare che le richieste provenivano dalla mafia. Il resto è finito alla voce del welfare uguale per tutti. Secondo Yomuri, la cifra sarebbe pure superiore a quella attestata dal ministro, e ammonterebbe a 500 milioni di yen. Jake Adelstein, studioso della malavita giapponese, sostiene che «è molto facile per loro dimostrare che possono avere diritto al Welfare: gli basta dichiarare di non avere nessuna entrata e di non pagare le tasse».

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09  gen
19

L’isola dove nessuno è senza lavoro

Inserita da Ale in: Approfondimenti alle 20:51 | Fonte: lastampa.it

Lavorare poco, lavorare tutti. Il mantra sempre intonato da un certo sindacalismo, dai sostenitori della 35esima ora – nonché da imprenditori alle prese con la recessione – è tornato, grazie alla internazionale, drammaticamente di moda. Eppure, per oltre 40 anni, nel generale disinteresse globale, la piccola isoletta di Himeshima – scoglio da 2700 anime nel Sud del Giappone – è riuscita a superare cicliche depressioni grazie al suo innovativo «contratto» di collettivo: il work-sharing. Ovvero rinunciare tutti a qualche ora lavorata pur di avere occupazione piena. Un modello che, improvvisamente, ha suscitato l’entusiasmo della politica e dell’industria automobilistica nipponica. Che ha pensato bene d’importare il «metodo Himeshima» nelle sue catene di montaggio. La grande , infatti, non ha certo risparmiato il Giappone. Il raffreddamento dei consumi in Europa e Stati Uniti si è fatto presto sentire nell’industrioso Paese del Sol levante.

Ecco allora che il «lavoro condiviso» – work-sharing, per l’appunto – è apparso come il metodo migliore per mantenere livelli di occupazione accettabili e contenere così il malcontento creato dall’aumento della disoccupazione, ritenuta dai politici giapponesi – considerati i costi sociali ed elettorali che comporta – peggiore della peste. Il ministro del Lavoro Yoichi Masuzoe non ha avuto remore nel definire il «lavoro condiviso» un «concetto rivoluzionario». Anche a Himeshima, d’altra parte, vanno fieri del loro metodo. Stando a quanto dichiarato al Times dal sindaco dell’isola, il patto tra lavoratori ha evitato alla comunità il destino di quei «villaggi fantasma» spazzati via dalla lunga depressione giapponese. Tutte le attività produttive di Himeshima – a partire dall’allevamento di gamberi, prima risorsa dell’isola, ma anche la compagnia di traghetti, la pubblica amministrazione, l’ospedale e la casa di riposo – prendono parte all’esperimento. Che visti gli onorati 40 anni di vita, può oramai dirsi più che collaudato. E poco male se gli stipendi, in tutti questi anni, sono rimasti più o meno gli stessi. Ma è possibile, si domandano gli addetti ai lavori, adattare un modello nato in una realtà tanto remota alla produzione di scala della seconda potenza industriale del pianeta? La , la Isuzu, la Mazda e la Mitsubishi hanno deciso di provarci. E hanno tutte introdotto forme di «lavoro condiviso» tra i loro operai.

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09  gen
18

Una Storia dei computer giapponesi (1956-1997)

Inserita da Ale in: Approfondimenti, Scienza e tecnologia alle 09:14 | Fonte: punto-informatico.it

Se in Occidente il computer si era nutrito di investimenti militari per il suo insostituibile ausilio nel decriptare i messaggi cifrati nazisti, a Tokyo e dintorni la sua adozione era spinta dalla crescente richiesta di potenza di calcolo delle industrie del Sol Levante. Fu proprio il Dr. Okazaki della Fuji a creare in solitario nel 1956 FUJIC , il primo elaboratore elettronico made in Japan, perché operasse rapidamente i calcoli necessari al design delle lenti per la stessa azienda. Seguì l’anno successivo il MUSASINO-1 della compagnia telefonica NTT (cliente principale del primo ventennio di informatica giapponese) sotto la guida di Muroga Saburo, cui va ascritto il merito di aver insegnato ai suoi connazionali tutto quel che ci fosse da sapere allora sull’argomento attraverso un mare di articoli, conferenze, manuali e corsi.

http://www.punto-informatico.it/punto/20090116/colo1.jpgSaburo non si limitò a spiegare in patria quanto appreso negli USA, ma risolse annosi problemi di ottimizzazione dei circuiti (il cosidetto “parametron”, architettura d’elezione degli apparati nipponici nel lustro a venire) e qualora non fosse migrato negli Stati Uniti nel ’60 il suo impatto sull’ IT dell’arcipelago sarebbe stato ancora maggiore.

Negli anni Sessanta l’escalation alla miniaturizzazione correva parallela a quella occidentale quando non superandola (vedasi il più rapido passaggio ai transistor), meritano però di sfuggire all’oblio MARS-1, il sistema di prenotazione dei biglietti ferroviari del tutto informatizzato che aprì il decennio nella stazione di Tokyo ad opera della , e due primi timidi approcci alla traduzione automatica da e verso l’inglese andati sotto i nomi di Yamato e KT1.

I player del mercato di quel periodo, ormai fra i clienti figuravano anche aziende medio-piccole, sono nomi familiari ancora oggi: Fujitsu, Toshiba, Mitsubishi, OKI e NEC col contributo di accademie e agenzie governative. Tra loro NEC, Hitachi e Fujitsu si consorziano, e in uno sforzo congiunto rilasciano il DIPS-1 nel 1973, un “mostro” con quattro processori e una memoria principale di 16MB. Volevano qualcosa capace di tener testa ai calcolatori stranieri nel rapporto prestazioni-prezzo, e in questo esperimento pongono alcune pietre miliari in prospettiva futura: specifiche comuni per le periferiche esterne ai fini della compatibilità tra quelle fornite da produttori diversi, architettura standard sino a livello di linguaggio macchina, e possibilità ad ognuno dei tre costruttori di realizzare e distribuire il modello a prescindere dagli altri due.

(continua…)


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