Inserita da Ale in
Cronaca alle 00:15 | via lastampa.it
Sessantatré anni dopo Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 agosto 1945), e quando ben sette Paesi si sono aggiunti agli Stati Uniti come possessori di armi nucleari, formando una specie di G8 dell’Apocalisse (i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza più India e Pakistan e, pur senza averlo mai ammesso, Israele), e con nuovi casi ancora aperti come la Corea del Nord e soprattutto l’Iran, siamo ancora in tempo a fermare la corsa alla Bomba e, addirittura, a cominciare a lavorare sul serio all’idea di un mondo senza più l’incubo della strage atomica? Dicono di sì, purché ci si affretti, cinque personalità italiane che hanno sottoscritto un appello comune, quattro politici di diversa e anzi opposta estrazione (Massimo D’Alema e Gianfranco Fini, Giorgio La Malfa e Arturo Parisi) e uno scienziato, Francesco Calogero, da sempre attivo per il disarmo nucleare.
Il tema è di una complessità senza paragoni. Già nel 1946, un anno dopo le terrificanti esplosioni sul Giappone, gli Stati Uniti offrirono, col piano Baruch, la possibilità di porre sotto un controllo internazionale l’uso della nuova e rivoluzionaria energia, ma si oppose Stalin, che aspettava solo il momento in cui anche l’Urss avrebbe avuto la Bomba, equiparandosi alla superpotenza occidentale. Era l’alba della Guerra fredda, ma poi disporre dell’arma atomica, dell’arma assoluta, divenne un’aspirazione diffusa, perché era vista come il simbolo estremo, definitivo, della stessa, propria, sovranità politica, e dell’equilibrio strategico tra questa e altre sovranità, oltre che come strumento eccezionale, in senso tecnico, di autodifesa. Col tempo, si capì che l’equilibrio (sia pure «del terrore») tra due superpotenze politicamente responsabili era altra cosa da una proliferazione di armamenti atomici nazionali, in aree instabili. Lo stesso Kissinger firmò, nel gennaio 2007, con altri importanti esponenti della politica estera americana, un appello a pensare a un mondo senza armi nucleari, appello a cui si sono riferiti, rilanciandolo, dopo altri in altri Paesi, i firmatari del documento italiano. Fondamentalmente, i destinatari di questi appelli sono quelle che restano le due superpotenze militari, gli Usa e la Russia post-sovietica, detentrici dei nove decimi degli armamenti atomici mondiali: se esse non prenderanno l’iniziativa di una vera e drastica riduzione dei rispettivi arsenali, inducendo gli altri sei membri del «club» a fare altrettanto, sarà sempre più difficile impedire che un numero crescente di Paesi coltivi l’ambizione nucleare. Del resto, questa condizione, con altre, era già prevista, in sede Onu, dal Trattato per la non proliferazione (Tnp), purtroppo assai poco rispettato.
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